Omega 3: benefici, alimenti, integratori

Cosa sono e a cosa servono gli omega-3?

Gli omega 3 sono una categoria di acidi grassi essenziali (“essenziale” nella scienza alimentare indica la necessità di assumere la sostanza attraverso l’alimentazione, perché l’organismo non è in grado di sintetizzarlo autonomamente); da un punto di vista chimica sono grassi polinsaturi, la cui catena comprende cioè vari doppi legami.

Sono componenti importanti delle membrane che circondano ciascuna cellula dell’organismo, ma sono coinvolti anche in numerose reazioni biochimiche, esercitando diverse funzioni a livello di

  • cuore,
  • vasi sanguigni,
  • polmoni,
  • sistema immunitario
  • e sistema endocrino (la rete di ghiandole preposte alla fabbricazione degli ormoni).

Gli omega-3 hanno anche un rilevante contenuto calorico, contribuendo così al raggiungimento del fabbisogno energetico del corpo.

Sono presenti in alcuni alimenti, come il pesce e i semi di lino, e negli integratori alimentari, come l’olio di pesce.

I tre omega-3 principali sono

  • acido alfa-linoleico (ALA)
  • acido eicosapentaenoico (EPA)
  • acido docosaesaenoico (DHA).

Il primo è presente sostanzialmente negli oli vegetali, come quelli di semi di lino, soia e colza. DHA e EPA sono invece contenuti nel pesce e in altri alimenti di origine marina.

ALA è un acido grasso essenziale, ossia il corpo non è in grado di produrlo, e va quindi necessariamente assunto con cibi e bevande; l’organismo può invece convertire parte di ALA in EPA e in DHA, ma solo in quantità minimali, quindi l’assunzione di EPA e DHA con il cibo (ed eventuali integratori) è l’unica modalità perseguibile per aumentarne i livelli.

DHA è presente soprattutto nella retina (occhio), nel cervello e nello sperma.

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Cibi e alimenti, dove si trovano gli omega 3?

Quantità adeguate di omega-3 sono disponibili in diversi alimenti, tra cui:

  • Pesce e altri alimenti di origine marina come i molluschi (soprattutto i pesci di acque fredde, come salmone, merluzzo, tonno, aringa e sardina)
  • Frutta secca oleosa e semi (noci, lino, chia)
  • Oli vegetali (lino, soia e colza)

Il contenuto di omega-3 nel pesce è tuttavia estremamente variabile, i pesci di mari freddi, come salmone, sgombro, tonno, aringa e sardina, contengono omega-3 a catena lunga in grandi quantità, mentre pesci più magri, come branzino, tilapia, merluzzo e molluschi ne presentano quantità inferiori.

Le quantità di omega-3 del pesce dipendono anche da come quest’ultimo si è nutrito, il pesce di allevamento in genere ha livelli più alti di EPA e DHA di quello selvaggio, comunque sempre variabili in base all’alimentazione.

L’analisi della composizione di acidi grassi nel salmone atlantico allevato in Scozia ha mostrato una riduzione significativa del contenuto di EPA e DHA tra il 2006 e il 2015, conseguente alla sostituzione degli ingredienti tradizionali di origine marina con altri.

Il manzo contiene quantità molto basse di omega-3, anche se la carne di capi alimentati al pascolo ha comunque livelli più alti di omega-3, specialmente ALA, di quella ottenuta da bestie nutrite con granaglie.

L’altro tipo di omega-3, ossia ALA, è contenuto in alcuni oli vegetali (lino, soia e colza) e in alcuni alimenti di origine vegetale (semi di chia e semi lino).

Fabbisogno giornaliero

Non è ad oggi stato definito il fabbisogno individuale giornaliero di omega 3; secondo l’EFSA “l’assunzione di 250 mg al giorno è adeguata per il mantenimento della salute cardiovascolare generale negli adulti e nei bambini sani”, mentre “per ottenere gli effetti indicati di riduzione della pressione sanguigna e dei livelli dei trigliceridi occorre un’assunzione di EPA e DHA compresa tra 2 e 4 g al giorno”.

Anche i LARN italiani indicano 250 mg come valore di assunzione adeguata, che dovrebbero provenire dal 0.5-2.0% delle calorie assunte quotidianamente; in questo caso il termine “adeguato” non va inteso come ottimale, in quanto si ritiene che idealmente una una porzione ancora più consistente di calorie dovrebbe provenire da questi grassi, a sostituire quelli meno salutari (saturi e trans).

Rapporto omega 3 – omega 6

Il numero 3 quando si parla di acidi grassi omega 3 indica la posizione del primo doppio legame chimico nella molecola; un’altra classe di acidi grassi essenziali è costituita dalla serie degli omega 6; di fatto sono solo due quelli da assumere necessariamente con l’alimentazione:

  • ALA acido alfa linolenico (omega 3), da cui l’organismo è in grado di sintetizzare EPA e DHA (anche se in piccole quantità)
  • LA acido linoleico (omega 6).

Gli effetti nell’organismo sono spesso il risultato della loro interazione, perché essendo molto simili chimicamente competono spesso per reazioni simili (più correttamente competono da substrati per gli stessi enzimi); sulla base di questa considerazione la ricerca si è orientata allo studio del rapporto tra omega-6 e omega-3 assunti e di come questo possa esibire implicazioni importanti nella la patogenesi di molte affezioni croniche, come le malattie cardiovascolari e il cancro.

Il rapporto tra omega 3 e omega 6 può cioè avere conseguenze metaboliche rilevanti.

Le molecole costruite dall’organismo a partire dagli omega-6 sono mediatori dei processi di infiammazione, vasocostrizione e aggregazione piastrinica generalmente più potenti degli omega-3, anche se sussistono alcune eccezioni.

Allo stesso modo, EPA e DHA possono competere con l’acido arachidonico per la sintesi degli eicosanoidi, di conseguenza maggiori concentrazioni di EPA e DHA orientano l’equilibrio dell’acido arachidonico verso attività meno legate al processo infiammatorio.

Ad oggi non è stato ancora stabilito in modo inconfutabile il corretto rapporto omega 6/3 e Autori diversi suggeriscono differenti ipotesi; attualmente le più quotate sono che i rapporti ideali potrebbero essere

  • 4:1, ossia quattro volte gli omega 6 rispetto agli omega 3
  • 1:1, ossia un consumo sostanzialmente sovrapponibile

È invece un dato di fatto che la dieta occidentale sia molto più sbilanciata verso gli omega 6, circa 12:1 (ma si stima addirittura in rapporto 25:1 nelle diete più ricche di junk-food, a causa soprattutto del largo uso di oli di semi), quindi è opinione diffusa che, sebbene un rapporto di 1:1 possa effettivamente essere quello ideale, un valore 4:1 sia più realistico per gli alimenti che abbiamo a disposizione  quotidianamente e più che sufficiente a garantire un equilibrio ottimale.

A semplificare ulteriormente la situazione, poiché è in ogni caso impossibile pensare di calcolare esattamente ad ogni pasto questo rapporto, oltre che inutile,

la maggior parte dei ricercatori concorda che alzare i livelli ematici di omega 3 sia di gran lunga più importante che abbassare l’introito di acido linoleico e acido arachidonico (omega 6).

Per farlo è in genere sufficiente:

  • ridurre il consumo di olio di semi, principale fonte di omega-6 (spesso come ingrediente nascosto della maggior parte degli alimenti industriali)
  • in casa utilizzare esclusivamente l’olio di oliva
  • introdurre nella propria dieta settimanale alcune porzioni di pesce, almeno due, come suggerito dalle linee guida per una sana alimentazione, possibilmente cotto in modo delicato e preferendo il pesce azzurro, possibilmente pescato e non allevato,
  • privilegiare il consumo di carne, uova e latte provenienti da allevamenti al pascolo (l’alimentazione dell’animale è determinante nella composizione della sua carne e nei derivati),
  • mentre nel caso dei vegetariani/vegani è necessario consumare regolarmente alimenti con un rapporto possibilmente più sbilanciato verso gli omega 3, in modo da riequilibrare il rapporto globale; tipicamente si suggeriscono
    • olio di lino (da conservare in frigo) 1 : 4.2
    • semi di lino (da polverizzare prima del consumo) 1 : 3.9
    • semi di chia 1:3
    • semi canapa 3.2:1
    • noci 4.2:1
    • alcuni tipi di alghe.

Carenza di omega-3

La carenza di acidi grassi essenziali, omega-3 od omega-6, può causare secchezza e desquamazione della pelle, nonché dermatiti.

Le concentrazioni nel plasma e nei tessuti di DHA diminuiscono in caso di carenza di omega-3, mentre non sono state individuate soglie di DHA o EPA al di sotto delle quali siano compromessi aspetti funzionali visivi, neurali o immunitari.

Il fatto che livelli maggiori di omega-3 LC siano associati con una riduzione del rischio di diverse malattie croniche, come la cardiopatia coronarica, porta tuttavia a pensare che molti soggetti potrebbero trarre benefici aumentando leggermente le quantità assunte, ma nei paesi ad alto tenore di vita la carenza di acidi grassi essenziali negli individui sani è virtualmente inesistente.

A fronte di restrizioni dell’apporto di grassi o di un loro malassorbimento con riduzione dell’introito calorico, il corpo reagisce mobilizzando gli acidi grassi essenziali dalle riserve adipose. È per questo motivo che i segni clinici di carenza di acidi grassi essenziali si riscontrano in genere solo in pazienti sottoposti ad alimentazione parenterale in cui mancano gli acidi grassi polinsaturi degli omega-3 (PUFA, dall’inglese PolyUnsaturated Fatty Acids).

Questo è stato documentato in casi riferiti negli anni ’70 e ’80, quindi oggi tutte le soluzioni per l’alimentazione parenterale contengono anche livelli adeguati di PUFA.

Integratori

Gli omega-3 sono stati oggetto di molte ricerche, condotte soprattutto su quelli contenuti negli alimenti di origine marina (pesce e molluschi) e negli integratori a base di olio di pesce.

Tali ricerche indicano che gli integratori di omega-3 non riducono i rischi di cardiopatie tuttavia, chi mangia pesce da una a quattro volte la settimana, ha meno probabilità di morire per una cardiopatia.

Per quanto riguarda altre indicazioni si ritiene che:

  • Dosi elevate di omega-3 possano ridurre i livelli di trigliceridi, ma parallelamente anche ridurre i livelli di HDL (colesterolo buono).
  • Dosi elevate di omega-3 non riducono significativamente il rischio di eventi cardiovascolari né per ogni altra causa, ma è possibile che riducano il rischio di sviluppare aritmie (seppure in modo molto ridotto).
  • Gli integratori di omega-3 possono aiutare ad alleviare i sintomi di artrite reumatoide.
  • Non ci sono elementi convincenti che mostrino un rallentamento della progressione della degenerazione maculare senile della retina, una malattia degli occhi legata all’età.
  • Esistono dati conflittuali sull’influenza degli omega-3 sul rischio di cancro della prostata.

Per la maggior parte delle altre condizioni in cui sono stati studiati gli integratori di omega-3, l’evidenza non consente conclusioni o non ne indica benefici.

Figura di un pesce disegnato con perle di omega 3

Effetti collaterali

Gli omega-3 assunti in forma d’integratore hanno solo effetti collaterali lievi, peraltro rari; in genere i più comuni possono comprendere

  • sapore cattivo in bocca (di pesce),
  • alito maleodorante,
  • bruciori di stomaco,
  • nausea,
  • fastidi gastroenterici,
  • diarrea,
  • mal di testa,
  • odore del sudore pungente.

Benché gli alimenti di origine marina contengano livelli variabili di metilato di mercurio (un metallo pesante tossico), non se ne sono riscontrate tracce negli integratori di omega-3, perché questo contaminante viene rimosso durante le fasi di produzione e purificazione.

Interazioni

Ad alte dosi l’olio di pesce può avere effetti antiaggreganti sul sangue, anche se sembrano essere meno rilevanti rispetto ad esempio all’aspirina; l’olio di pesce potrebbe quindi allungare il tempo di coagulazione, come risulterebbe dall’INR (dall’inglese International Normalized Ratio, l’indicatore adottato internazionalmente a stima del tempo di coagulazione) quando assunto insieme al warfarin (Coumadin®), anche se molte ricerche indicano che dosi di 3-6 g/dì di olio di pesce non alterano in modo significativo lo stato della coagulazione di pazienti in trattamento con il farmaco.

Gli autori di un’analisi del 2014 hanno concluso che gli omega-3 non modificano il rischio di sanguinamenti clinicamente rilevanti, tanto che i foglietti informativi che accompagnano le composizioni a base di omega-3 approvati dalla FDA americana (una sorta di Ministero della Salute statunitense) dichiarano che gli studi con omega-3 non hanno causato “episodi di sanguinamento clinicamente significativi”. Le dosi sono comunque in genere limitate a 3 g al giorno attraverso gli integratori e 2 g al giorno tramite alimentazione (anche l’europea EFSA indica come 5 g al giorno il limite di sicurezza).

Omega-3 alimentari rispetto agli integratori

Gli omega-3 a catena lunga sono presenti in diverse formulazioni, contenenti olio di pesce, olio di krill, olio di fegato di merluzzo e prodotti vegetariani che contengono olio di alghe.

Per alcune condizioni di salute, l’evidenza per i benefici da alimenti di origine marina (pesce e molluschi) è maggiore di quella per gli integratori di omega-3.

Com’è possibile?

Non sappiamo ancora dare una risposta certa, ma sono numerose le ipotesi al vaglio della ricerca, tra cui:

  • gli alimenti di origine marina forniscono quantità sufficienti di omega-3 e non è detto che quantità maggiori siano necessariamente migliorative;
  • gli alimenti di origine marina contengono, oltre agli omega-3, altri nutrienti potenzialmente salutari;
  • alcuni benefici degli alimenti di origine marina potrebbero conseguire al semplice fatto che vengono consumati al posto di alimenti meno sani;
  • esistono dati a sostegno del fatto che chi mangia pesce ha in generale stili di vita più sani.

La biochimica degli omega 3

Le due classi principali di acidi grassi polinsaturi (PUFA) sono gli omega-3 e gli omega-6.

Come tutti gli acidi grassi, i PUFA sono catene lunghe di atomi di carbonio con, ai due estremi della catena, un gruppo carbossilico da un lato e un gruppo metilico dall’altro.

I PUFA si distinguono dagli acidi grassi saturi e monoinsaturi per la presenza di due o più doppi legami tra atomi di carbonio all’interno della catena.

Gli acidi grassi omega-3 hanno doppi legami carbonio-carbonio a distanza di tre atomi dall’estremo metilico della catena.

Esistono vari tipi di omega-3, ma la maggior parte delle ricerche scientifiche sono focalizzate su tre molecole: l’acido alfa-linoleico (ALA), l’acido eicosapentaenoico (EPA) e l’acido docosaesaenoico (DHA).

ALA contiene 18 atomi di carbonio, mentre EPA e DHA sono omega-3 a “catena lunga” (LC), perché contengono rispettivamente 20 e 22 atomi di carbonio.

Si usa spesso il numero di atomi di carbonio e doppi legami per denominarli.

  • Per esempio, ALA è C18:3n-3 perché ha 18 atomi di carbonio, 3 doppi legami ed è un acido grasso n-3, od omega-3.
  • Con la stessa regola, EPA diventa C20:5n-3
  • e DHA C22:6n-3

Gli acidi grassi omega-6 (omega-6s) hanno doppi legami carbonio-carbonio a distanza di sei atomi dall’estremo metilico della catena.

L’acido linoleico (C18:2n-6) e l’acido arachidonico (C20:4n-6) sono due dei principali omega-6s.

Il corpo umano può formare doppi legami carbonio-carbonio solo dopo il nono atomo di carbonio dall’estremo metilico della catena.

Ne consegue che ALA e acido linoleico sono acidi grassi essenziali, ossia ottenibili solo con la dieta.

ALA può essere trasformato (principalmente dal fegato) in EPA e quindi in DHA, ma solo in quantità molto piccole, con percentuali riportate inferiori al 15%, quindi, l’assunzione di EPA e DHA con il cibo (ed eventuali integratori) è l’unica modalità perseguibile per aumentarne i livelli nel corpo.

  • ALA è presente sostanzialmente negli oli vegetali, come quelli di semi di lino, soia e colza.
  • DHA ed EPA sono contenuti in pesce, olio di pesce e olio di krill, anche se vengono in realtà prodotti originariamente da microalghe, non dal pesce in quanto tale.

Una volta ingeriti, i grassi alimentari vengono sottoposti a idrolisi nell’intestino; i prodotti (monogliceridi e acidi grassi liberi) vengono poi incorporati in micelle contenenti sali biliari e assorbiti dagli enterociti (cellule della parete intestinale), fondamentalmente per diffusione passiva.

Il processo è efficiente, con un assorbimento di circa 95%, sostanzialmente simile a quanto avviene per altri grassi alimentari.

Negli enterociti gli acidi grassi liberi sono perlopiù incorporati in chilomicroni e assorbiti nel sistema linfatico.

Una volta nel circolo sanguigno, le particelle lipoproteiche vengono veicolate nell’organismo, distribuendo i grassi a vari organi per essere quindi sottoposti a ossidazione, trasformazioni metaboliche o accumulati nel tessuto adiposo.

Gli omega-3 giocano un ruolo importante nell’organismo come componenti dei fosfolipidi che formano le strutture delle membrane cellulari.

In aggiunta al ruolo strutturale nelle membrane cellulari, gli omega-3 (e gli omega-6) forniscono energia all’organismo e vengono impiegati nella sintesi degli eicosanoidi, molecole mediatrici con strutture chimiche simili agli acidi grassi da cui derivano; svolgono funzioni ad ampio raggio nei sistemi cardiovascolare, polmonare, immunitario ed endocrino.

Omega-3 e salute

I benefici potenziali per la salute dell’assunzione di omega-3 sono stati oggetto di numerose ricerche scientifiche.

La maggioranza delle ricerche è concentrata su EPA e DHA assunti con la dieta (fondamentalmente pesce) e/o integratori alimentari (per esempio olio di pesce) rispetto ad ALA di origine vegetale.

Diversi studi osservazionali collegano le diete più ricche di pesce e altri alimenti di origine marina con migliori stati di salute, ma è comunque difficile stabilire se i benefici siano dovuti al contenuto di omega-3 del pesce (variabile secondo le specie), altri componenti del pesce, la riduzione di altri cibi meno sani a favore del pesce, altri comportamenti virtuosi o una combinazione variabile di questi fattori.

Per dirimere questi dubbi sarebbero necessari studi clinici randomizzati, il gold standard della ricerca, ma per valutazioni di questa portata si tratta purtroppo di ricerche difficili da pianificare e realizzare.

Malattie cardiovascolari (MCV) e fattori di rischio

Diversi studi hanno rilevato gli effetti positivi degli omega-3 (principalmente EPA e DHA) sulle malattie cardiovascolari e sui loro fattori di rischio, per esempio ipertensione arteriosa e colesterolo alto nel sangue; questo interesse origina da vecchie ricerche epidemiologiche degli anni ’70 che avevano riscontrato basse percentuali di infarto miocardico e altri eventi coronarici tra gli Inuit groenlandesi e altre popolazioni con diete ricche di pesce come i Giapponesi.

I risultati degli studi osservazionali effettuati sono stati coerenti con questi dati, con diverse analisi sistematiche e meta-analisi, che dimostrano che il maggior consumo di pesce e livelli alimentari o plasmatici di omega-3 più elevati sono associati con una diminuzione del rischio di insufficienza cardiaca, malattia coronarica e attacchi di cuore fatali.

Il passo successivo è stato quindi indagare l’effetto dell’assunzione di integratori sulla salute, sperando ovviamente che potessero confermare i benefici rilevati; purtroppo queste analisi hanno riscontrato che l’assunzione di integratori di omega-3 non riduce il rischio di attacco cardiaco fatale, infarto miocardico non mortale, ictus o eventi vascolari maggiori.

Una meta-analisi di 27 studi randomizzati controllati ha anche scoperto che l’integrazione di omega-3 LC non diminuisce significativamente il rischio di malattia coronarica, comprendenti infarti miocardici fatali e non, la malattia coronarica, l’insufficienza coronarica, la morte coronarica, l’angina e la stenosi coronarica angiografica.

Similmente, gli autori di due meta-analisi pubblicate nel 2012 hanno concluso che l’integrazione di omega-3 non riduce il rischio di eventi cardiovascolari in pazienti con una storia di malattia cardiovascolare e non è efficace nella prevenzione primaria o secondaria della malattia cerebrovascolare.

Perché questi risultati apparentemente conflittuali?

Alcuni ricercatori suggeriscono che le discrepanze dei risultati tra gli studi clinici più vecchi e quelli più recenti potrebbero essere in parte spiegate da una maggior assunzione di base di omega-3 nelle popolazioni studiate.

Le campagne di salute pubblica, insistendo sui benefici del consumo di pesce, hanno verosimilmente portato a maggiori consumi di omega-3 LC tra i partecipanti agli studi di integrazione più recenti rispetto a quelli più vecchi.

Potrebbe esistere un effetto soglia, al di sopra del quale l’aumento di omega-3 non offrirebbe significativi ulteriori benefici al sistema cardiovascolare.

Per esempio gli autori di uno studio preparato dal centro per la medicina basata sull’evidenza del Tufts Medical Center sugli effetti di EPA e DHA sulla mortalità hanno concluso che consumi medi fino a 200 mg/dì sono associati a una riduzione del rischio di morte cardiaca, cardiovascolare o morte improvvisa cardiaca, laddove un ulteriore aumento non riduce ulteriormente il rischio.

L’impiego maggiore di statine (farmaci contro il colesterolo) e altre terapie cardioprotettrici in studi clinici più recenti è un’altra possibile spiegazione per i risultati conflittuali, perché gli omega-3 potrebbero offrire pochi benefici aggiuntivi alla farmacoterapia allo stato dell’arte.

Globalmente, la ricerca indica che il consumo di pesce e altri tipi di alimenti di origine marina come parte di una dieta bilanciata promuove la salute cardiaca.

Olio di pesce e altri integratori di omega-3 LC migliorano i lipidi ematici e sembrano ridurre il rischio di morte cardiaca. Tuttavia, i loro effetti su altri aspetti del sistema cardiovascolare non sono chiari e potrebbero variare in funzione del consumo di omega-3 alimentari e dell’impiego di farmaci cardioprotettori.

Salute neonatale e neurosviluppo

Vari studi hanno esaminato gli effetti del consumo materno di pesce su peso alla nascita, durata gestazionale, sviluppi visivo e cognitivo, e altri aspetti di salute infantile.

Le membrane cellulari di cervello e retina contengono alte concentrazioni di DHA, che è inoltre importante per la crescita e lo sviluppo fetali.

Alla nascita, il processo di accumulo del contenuto di DHA della retina è già completo, mentre nel cervello prosegue nei primi due anni di vita.

Studi osservazionali indicano che il consumo materno durante gravidanza e allattamento al seno di almeno 230 g settimanali di pesce contenente DHA è associato a migliori stati di salute infantili.

I prodotti di origine marina contengono livelli variabili di metilato di mercurio, un pericoloso inquinante, ciononostante, numerosi studi, inclusa un’analisi sistematica della letteratura sull’assunzione materna di pesce e il neurosviluppo infantile, dimostrano che i benefici per la salute di consumi moderati di prodotti di origine marina durante il periodo prenatale superano i rischi.

Prevenzione del cancro

I ricercatori hanno ipotizzato che maggiori consumi di omega-3, da alimenti o integratori, possano ridurre il rischio di cancro dovuto agli effetti antinfiammatori e, potenzialmente, all’inibizione dei fattori di proliferazione cellulare.

Gli studi osservazionali, tuttavia, hanno prodotto risultati incoerenti e variabili secondo la sede del tumore e altri fattori, tra cui il genere e il rischio genetico.

Benché alcuni dati suggeriscano che maggiori apporti di omega-3 LC riducano il rischio di cancro della mammella e, forse, del colon-retto, uno studio clinico di dimensioni ampie ha riscontrato che gli integratori di omega-3 LC non hanno ridotto i rischi globali di cancro, né i rischi di cancri di mammella, prostata o colon-retto.

Sono in corso studi ulteriori con casistiche randomizzate che aiuteranno a chiarire se gli omega-3 hanno effetti sul rischio di cancro.

Morbo di Alzheimer, demenza e funzioni cognitive

Alcuni studi osservazionali (ma non tutti) inducono a pensare che diete con alti contenuti di omega-3 LC siano associate ad una riduzione del rischio di declino cognitivo, morbo di Alzheimer e demenza.

Poiché DHA è un componente essenziale dei fosfolipidi delle membrane cellulari del cervello, la ricerca scientifica ipotizza che gli omega-3 LC possano proteggere le funzioni cognitive aiutando a mantenere la funzionalità neuronale e l’integrità delle membrane cellulari nel cervello.

A sostegno di questa ipotesi ci sono i risultati di studi con casi di controllo che mostrano livelli sierici di DHA inferiori nei pazienti con morbo di Alzheimer rispetto alla popolazione con funzioni cognitive integre.

Livelli sierici di DHA più bassi sono anche associati con maggior accumulo di amiloidi (depositi proteici) in adulti sani più anziani, mentre valori più alti sono correlati con volumi cerebrali conservati.

Varie analisi sistematiche e meta-analisi, tra cui lo studio Cochrane, hanno valutato gli effetti di integratori di omega-3 su funzioni cognitive e demenza in adulti sani più anziani e in soggetti con morbo di Alzheimer o disfunzioni cognitive.

Complessivamente, i risultati indicano che l’integrazione di omega-3 LC non influisce sulle funzioni cognitive in confronto al placebo in nessuno dei due gruppi.

Negli individui con lievi alterazioni cognitive, gli omega-3 possono migliorare alcuni aspetti funzionali, come attenzione, velocità di elaborazione e memoria a breve termine.

In ogni caso, questi dati necessitano di ulteriori studi per essere confermati.

Degenerazione maculare senile (DMS)

La degenerazione maculare senile (DMS) è una delle principali cause di perdita della vista negli anziani.

Partendo dalla presenza di DHA come lipide strutturale nelle membrane cellulari della retina e gli effetti benefici di eicosanoidi derivati da EPA su infiammazione retinica, neovascolarizzazione e sopravvivenza cellulare, i ricercatori hanno ipotizzato che questi omega-3 LC abbiano effetti citoprotettivi sulla retina che potrebbero aiutare a prevenire lo sviluppo o la progressione di DMS.

Gli studi osservazionali suggeriscono che i soggetti che consumano più pesce grasso e/o integratori di omega-3 LC corrono meno rischi di sviluppare DMS, ma un interessante studio Cochrane è invece giunto alla conclusione che l’assunzione di integratori di omega-3 LC anche per 5 anni in portatori di DMS non riduce il rischio di progressione alla forma grave né di perdita da moderata a severa della vista.

Sindrome dell’occhio secco

È stato ipotizzato che gli omega-3, in particolare EPA e DHA, possano ridurre i rischi di sindrome dell’occhio secco e alleviarne i sintomi grazie alle proprietà antinfiammatorie, tanto che molti pazienti li assumono in aggiunta alle lacrime artificiali e altri farmaci.

Alcuni studi osservazionali, ma non tutti, mostrano un’associazione inversa tra il consumo di omega-3 auto-dichiarato e il rischio di sindrome dell’occhio secco.

I risultati degli studi clinici con integratori di omega-3, principalmente EPA e DHA, sono conflittuali riguardo alla riduzione dei sintomi e dei segni di secchezza oculare. Inoltre, non esiste consenso su dose ottimale, composizione o durata del trattamento con omega-3 per questa sindrome.

Complessivamente, non esiste finora una dimostrabile relazione coerente tra omega-3 e occhio secco.

È necessario approfondire le ricerche per capire appieno se maggiori quantità di omega-3 (con la dieta o come integratori) aiutino a contenere il rischio di sindrome dell’occhio secco e se gli omega-3 siano validi complementi al trattamento.

Artrite reumatoide

L’artrite reumatoide è una malattia infiammatoria causa di dolore, gonfiore, rigidità e perdita di funzionalità delle articolazioni.

Alcuni studi clinici hanno mostrato che l’assunzione di integratori di omega-3 potrebbe essere utile quando associata al trattamento con farmaci specifici; per esempio soggetti affetti da artrite reumatoide che assumano integratori di omega-3 potrebbero richiedere meno analgesici, ma non è chiaro se gli integratori riducano i dolori articolari, il gonfiore o la rigidità mattutina.

Fonti e bibliografia

Traduzioni a cura della Dr. Greppi Barbara, medico chirurgo

Integratori contenenti Omega 3

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